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Lunedì 28 Dicembre 2015 09:57

Fino a che punto è corretta la riservatezza?

La Banca d’Italia nei giorni scorsi ha pubblicato un documento nel quale risponde a 10 domande poste dai risparmiatori. La domanda che noi per primi ponemmo in un precedente comunicato, ovvero come mai non è stata presa in considerazione la possibilità di intervento del FITD mediante i fondi a contribuzione volontaria da parte del sistema bancario (come è stato appena fatto su Tercas, con la sostituzione del primo finanziamento erogato dal FITD con un secondo basato sulla nuova modalità), purtroppo è rimasta ancora senza risposta. Abbiamo inutilmente posto la domanda anche al FITD. Dato che ora la questione è stata evidenziata anche dalla stampa nazionale, in particolare da Libero, auspichiamo che qualcuno spieghi i motivi per i quali non si sono salvate le quattro banche con la contribuzione volontaria del FITD.

La cronaca dei giornali è ormai satura di analisi e controanalisi sugli eventi che hanno colpito le quattro banche, e non riteniamo di continuare sull’argomento: siamo in attesa che la situazione normativa si definisca completamente, e che il nostro studio legale ci fornisca le sue determinazioni.
Vogliamo tuttavia rimarcare un aspetto della vicenda che non è stato sufficientemente affrontato, ovvero la correttezza etica della riservatezza della Banca d’Italia.
In riferimento al documento della Banca d’Italia in premessa, riportiamo di seguito la domanda numero 9 e la relativa risposta.

9. Non vi sembra che vi sia stata un'assoluta mancanza di trasparenza nella procedura di risoluzione?
La procedura per l’adozione dei provvedimenti di risoluzione è disciplinata dal D.Lgs. 180/2015, che prevede alcune deroghe alle norme applicabili in via ordinaria in materia di pubblicità dei procedimenti amministrativi. Queste deroghe sono giustificate dalla delicatezza della materia e dal carattere d’urgenza delle misure da adottare al fine, tra l’altro, di non pregiudicare gli obiettivi della risoluzione ed evitare reazioni ingiustificate che potrebbero minare la stabilità del sistema finanziario, coinvolgendo banche sane.

La domanda che noi poniamo è: fino a che punto è corretta la riservatezza?
La risposta parla di “reazioni ingiustificate” e “minare la stabilità del sistema, coinvolgendo banche sane”, ovvero paventando una corsa agli sportelli per prelevare il denaro.
E’ davvero così? Secondo noi si tratta di argomentazioni risibili.
Abbiamo già visto situazioni di crisi di una singola banca con code di clienti fuori degli sportelli per prelevare denaro (il caso di Northern Rock, ma anche delle quattro banche italiane nei giorni più caldi) oppure con difficoltà sistemiche (il caso delle banche greche), e tutto è stato affrontato e superato mantenendo l’opinione pubblica pienamente informata. Se una banca è sana, potrà ricevere un leggero contraccolpo iniziale dalle sventure di un’altra banca vicina, ma non è verosimile un crollo sistemico. Oltretutto, ammettere questa possibilità significa implicitamente affermare che l’Organo di Vigilanza non è in grado di intervenire preventivamente per circoscrivere la crisi prima che questa degeneri, e pertanto dovremmo chiederci la funzione di quell’Autorità. 

La riservatezza della Banca d’Italia, che il Testo Unico bancario protegge fino all’apposizione del segreto di ufficio, preclude al possibilità ai risparmiatori di avere consapevolezza del rischio che stanno correndo i loro depositi, e quindi di intervenire per tempo a salvaguardia del loro risparmio. E’ forse questo che prevede l’art. 47 della Costituzione? A nostro avviso si tratta di un comportamento contrario agli interessi dei depositanti, che non vengono tempestivamente informati e quindi sono volontariamente esposti da parte della Vigilanza al rischio di bail-in.

Evidenziamo che un decreto di 107 articoli non può essere stato scritto in pochi giorni, e quindi qualcuno era certamente informato di quanto sarebbe successo, rafforzando le nostre ipotesi di premeditazione.

L’attuale normativa deve essere profondamente modificata per aumentare la trasparenza della Banca d’Italia e di tutti gli organi straordinari che intervengono negli processi di risoluzione, dando anche la possibilità per i risparmiatori di rivalersi direttamente sugli ex amministratori. Inoltre, occorre togliere la richiesta di autorizzazione preventiva della Banca d’Italia per le azioni civili verso gli amministratori straordinari (TUB art. 72 comma 9), perché è inconcepibile che una azione legale contro i commissari debba essere preventivamente autorizzata da parte di chi li ha nominati.

Per facilitare la trasparenza sulla solidità del sistema bancario ci potrebbero essere molti strumenti anche facilmente implementabili, ad esempio la BCE e la Banca d’Italia potrebbero adottare un sistema valutativo tramite un indicatore di solidità patrimoniale di facile comprensione (ad esempio con un punteggio da 1 a 10 ricalcolato semestralmente), con l’obbligo per ogni banca di riportarlo nelle comunicazioni ai Clienti evidenziandone le eventuali variazioni (positive o negative) alla propria clientela.

La via della tutela del risparmio è irta di ostacoli e difficoltà: questa Associazione, oltre alla tutela dei propri Associati secondo le vie giudiziarie, fornisce il proprio contributo affinché gli eventi che hanno colpito le quattro banche siano di insegnamento per l’intero Sistema, ed i cittadini si possano riappropriare della loro sovranità, che con troppa facilità è stata piegata ad interessi corporativi di Istituzioni chiuse su sé stesse.

 

Fino a che punto è corretta la riservatezza?

 

Lunedì 14 Dicembre 2015 09:57

Oltre al danno, la beffa

In questi giorni ci sono stati molti interventi sulla vicenda che riguarda Carife e le altre tre banche colpite dal provvedimento della Banca d’Italia in qualità di Risolutore. Dato che, almeno per quanto riguarda Carife, alcune dichiarazioni erano palesemente infondate se non errate, questa Associazione evidenzia che:

  • il numero di circa 28.000 soci è stato raggiunto in circa 23 anni di negoziazione del titolo azionario e ben tre aumenti di capitale, ognuno regolarmente autorizzato al collocamento al pubblicato da tutte le autorità di vigilanza previste;
  • le obbligazioni subordinate attualmente azzerate sono state emesse nel 2006 e 2007 prima dell’ingresso in vigore della direttiva Mifid (che la Carife aveva addirittura anticipato definendo già nel 2006 il concetto di profilo di rischio che sarebbe stato introdotto con la normativa nel novembre 2007), quindi gli obblighi di informativa erano sensibilmente ridotti rispetto ad oggi, ed il loro rendimento era di poco superiore a quello dei bot; la banca in quel periodo storico viveva uno dei suoi momenti migliori: ricordiamo, a beneficio di coloro che non avessero seguito lo sviluppo storico della vicenda, che i primi documenti ufficiali sui problemi della banca risalgono all’ispezione della Banca d’Italia nel 2009, che l’aumento di capitale del 2011 fu effettuato mentre Carife era in regime di vigilanza rafforzata (ovvero qualsiasi decisione era preventivamente sottoposta alla Banca d’Italia), che il rating di Moody’s fu ritirato nel marzo 2013 dopo diversi downgrade, ma che in tutto questo periodo, in assenza di obblighi normativi, non risultano comunicazioni specifiche ai risparmiatori 

Le dichiarazioni di Salvatore Rossi, vicedirettore generale della Banca d’Italia, suonano come una beffa per i risparmiatori Carife. Affermare che: “il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in tempi non sospetti ha chiesto di arrivare a vietare la vendita di obbligazioni subordinate agli sportelli in modo che solo investitori istituzionali potessero acquistarli e non i semplici risparmiatori” e “Non possiamo vietare di vendere questo o quel prodotto. Non abbiamo poteri così ampi. E ricordo che a vigilare sulla sollecitazione al risparmio è preposta un’altra autorità” significa cercare di scaricare le colpe sulle amministrazioni delle banche e sulla Consob, ma è ben noto che nel 2006 e 2007 il potere della Banca d’Italia sul sistema bancario era assoluto: se veramente l’allora Governatore Draghi avesse voluto che le obbligazioni subordinate non fossero collocate ai risparmiatori retail, aveva gli strumenti – anche di moral suasion - per ottenere che ciò non fosse fatto. La creazione del “Fondo elemosina” da parte del Governo è, a nostro avviso, una sostanziale ammissione di colpa da parte dell’Esecutivo. Ad ulteriore detrimento, appare evidente che, in assenza di eclatanti contestazioni pubbliche da parte dei risparmiatori colpiti, non sarebbe stata intrapresa alcuna azione risarcitoria. Probabilmente, in periodo pre elettorale tutto questo non sarebbe successo. Attendiamo di conoscere i criteri in base ai quali si verificherà il diritto soggettivo ad avere il ristorno delle obbligazioni azzerate, partendo dal presupposto che, come evidenziato poco sopra, al tempo non era in vigore la Mifid e le obbligazioni - con l’approvazione delle autorità preposte - erano classificate a rischio basso e collocate al pubblico (rientrando quindi i sottoscrittori nella casistica dell’art. 47 della Costituzione). L’Associazione denuncia l’iniquità fiscale rinveniente dall’azzeramento delle obbligazioni subordinate, poiché le persone giuridiche potranno portare a decurtazione la minusvalenza, mentre le persone fisiche non lo potranno fare. La soluzione fin qui proposta dal Governo è assolutamente inadatta per metodo e dimensioni. Chiediamo che agli azionisti delle banche in amministrazione straordinaria siano attribuiti warrant sulle Nuove banche e che, per le persone fisiche, la minusvalenza derivante dall’azzeramento delle azioni sia portata a detrazione fiscale sull’Irpef o quanto meno a compensazione di plusvalenze azionarie. Per gli obbligazionisti chiediamo che le Nuove banche emettano nuovi titoli obbligazionari in sostituzione delle precedenti obbligazioni non rimborsate: essendo emesse dalle Nuove banche, l’intervento non sarebbe prefigurabile come aiuto di Stato. In alternativa, chiediamo che tutte le plusvalenze di cessione degli asset confluiti nella bad bank siano utilizzati per rimborsare prima gli obbligazionisti subordinati e poi gli azionisti. Evidenziamo inoltre che, a tutt’oggi, nessuno ha ancora chiarito come mai il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi non sia stato legittimato ad intervenire con fondi privati su base volontaria, così come sta facendo ora con Tercas. Le cifre fornite sono state spesso contraddittorie, tuttavia rileviamo che l’insieme delle obbligazioni subordinate azzerate sia intorno ai 431 milioni: cifra importante ma relativamente modesta rispetto alle dimensioni degli attivi del sistema bancario, anche in considerazione dei 3,6 miliardi di euro complessivi dell’operazione. Sorge quindi il dubbio che il Governo, la Banca d’Italia e l’ABI abbiano espressamente voluto che si creasse l’insolvenza di obbligazioni bancarie, magari per incontrare meno resistenze a nuovi interventi regolamentari nel settore. Le responsabilità della Banca d’Italia in questa vicenda sembrano essere molte e gravi. Auspichiamo che la commissione parlamentare di inchiesta di cui si parla sia in grado di fare luce sull’intera vicenda delle quattro banche, dalla malagestio alla liquidazione, evidenziando tutte le responsabilità; da parte nostra, per dare un contributo sulla base delle esperienze negative maturate, suggeriamo anche di modificare l’art. 70 comma 7 del TUB, utilizzato strumentalmente dalla Banca d’Italia per impedire la normale e corretta trasparenza sull’andamento delle gestioni commissariali.

Come già comunicato, l’Associazione ha dato mandato al proprio legale di fare tutte le valutazioni più opportune per tutelare i propri Associati.

   

Lunedì 30 Novembre 2015 09:57

Soluzione della crisi Carife

L’intervento che ha portato al salvataggio della Carife è da apprezzare per il raggiungimento del fine, ovvero la continuità aziendale, ma fortemente discutibile per i contenuti e per le modalità con le quali è stato perseguito.

L’azzeramento delle azioni e delle obbligazioni subordinate pone forti dubbi sull’utilità e sui risultati prodotti da un commissariamento durato due anni e mezzo, ed a maggiore ragione alla luce di quanto emerso nell’assemblea del 30 luglio 2015, ovvero che la Banca disponeva di un patrimonio residuo di 11.365.841,97 euro, che ora è stato azzerato senza fornire alcuna motivazione.

Esprimiamo la nostra grande amarezza per l’ingloriosa fine di una Banca che, dopo 177 anni di Storia, è stata prima messa in ginocchio da una gestione del credito sconsiderata, e poi definitivamente annichilita da una amministrazione commissariale che, pur criticata da tutti gli stakeholder, è stata evidentemente ritenuta proficua dalla Banca d’Italia, la quale ha addirittura attribuito ad uno dei due Commissari il ruolo di Amministratore Delegato della Nuova Carife. Pur esprimendo fin d’ora pesanti perplessità sulla nomina, evidentemente finalizzata alla vendita e non più al rilancio della banca, valuteremo dai risultati la capacità di questo amministratore.

Si è dato ampio risalto al fatto che l’operazione non intacca le finanze pubbliche, presentando come ineluttabile il fatto che a pagare siano chiamati i piccoli risparmiatori, ovvero proprio chi l’art. 47 della nostra Costituzione vorrebbe tutelare. La vicenda avrà una ripercussione più ampia del perimetro delle quattro banche salvate, poiché è largamente prevedibile che gli obbligazionisti di altre banche in difficoltà – ad esempio per il mancato superamento dei parametri minimi di BCE - si comporteranno di conseguenza.

Riteniamo che l’opinione pubblica debba farsi delle domande sul ruolo e sull’operatività svolta dall’Autorità di Vigilanza, ed anche sulle conseguenze di una visione politica che non ha saputo evitare una conclusione così drammatica. Non è difficile pensare che in questi due anni e mezzo, operando con la giusta determinazione in ogni sede nazionale ed internazionale, si sarebbe potuto trovare una soluzione più rispettosa degli azionisti/obbligazionisti e meno onerosa per il sistema bancario, come peraltro era l’ipotesi formulata dal FITD che, da quanto apprendiamo, è stata ignorata pur senza un esplicito provvedimento avverso da parte della Commissione Europea.

L’Associazione esprime la propria solidarietà ai dipendenti delle banche coinvolte che, senza avere alcuna colpa nella vicenda, sono stati oggetto di gravi minacce, insulti e perfino danneggiamento alle automobili. Molti dipendenti peraltro erano azionisti e possessori di obbligazioni subordinate delle banche, a testimonianza della buona fede delle persone.

Auspichiamo che le autorità governative prendano coscienza dell’enorme danno economico e sociale che queste decisioni hanno comportato, e sappiano trovare nuove modalità per recuperare il risparmio delle famiglie attualmente perduto. In questo senso, consigliamo ai nostri Associati di mantenere i rapporti con Carife poiché l’eventuale ristorno o ripristino, in assenza di rapporto, potrebbe essere pregiudicato.

Come Associazione abbiamo l’obbligo di valutare tutte le modalità di tutela degli interessi dei nostri Associati, pertanto abbiamo dato mandato ad una struttura specializzata, lo Studio Legale Usai Stiz di Padova, affinché valuti i profili di legittimità, anche costituzionale, di tutti i provvedimenti intrapresi. Ci confortano le notizie di stampa relative ad analoghe iniziative di parti politiche, a prescindere dal colore.

Azione Carife ha già dato la propria disponibilità alle Associazioni di piccoli azionisti e di dipendenti delle altre banche coinvolte per iniziative congiunte, ed è aperta al confronto con tutte le parti interessate alla tutela degli azionisti ed obbligazionisti Carife.

   

Martedì 28 Aprile 2015 10:30

Acquisto della Cassa di Risparmio di Ferrara da parte del FITD

In merito alle recenti notizie di stampa che paventano l’acquisto della Cassa di Risparmio di Ferrara da parte del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, Azione Carife vede con favore l’operazione e la ricapitalizzazione della banca quale preludio all’auspicato rilancio aziendale.

La gestione commissariale non sembra essere stata in grado di operare il risanamento che, fin dall’inizio, era stato indicato come obiettivo dell’amministrazione straordinaria, ribadito finanche negli accordi per la gestione degli esuberi.

In merito alla paventata ipotesi di azzeramento delle azioni, riteniamo che tale infausta decisione creerebbe un diffuso risentimento nella Clientela con evidente danno reputazionale, probabilmente irrecuperabile, per la banca. La perdita di patrimonio personale da parte degli azionisti rappresenterebbe inoltre un evidente danno al tessuto socioeconomico del territorio, senza trascurare che il conseguente azzeramento della Fondazione Carife, a lungo finanziatrice di progetti sociali per la popolazione, ne sarebbe una ulteriore conseguenza negativa.

Poiché la decisione di azzeramento delle azioni ci risulta non essere ancora stata presa, auspichiamo che il Fondo Interbancario, che ha certamente ben chiara la situazione e le conseguenze, sappia costruire una operazione finanziaria in grado di soddisfare tutti gli attori, certamente più interessati al rilancio dell’Azienda che alla governance.

Questa associazione, peraltro, è già intervenuta scrivendo al Ministero dell’Economia e delle Finanze in data 19 marzo 2015 “il Ministero dell’Economia e delle Finanze non può non preoccuparsi della salvaguardia del tessuto sociale ed economico ferrarese, evidenziamo che l’azzeramento delle azioni comporterebbe conseguenze devastanti sull’economia locale poiché, oltre all’impoverimento di tutti i singoli azionisti, verrebbe di fatto cancellata la Fondazione Carife, che è uno dei pilastri istituzionali del territorio.
Auspichiamo un Suo [rif. Direttore Generale del Tesoro, dott. Vincenzo La Via] interessamento presso la Banca d’Italia per scongiurare l’azzeramento del valore delle azioni Carife, favorendo soluzioni alternative che, all’imprescindibile rilancio della banca, sappiano coniugare il giusto rispetto per gli azionisti, i dipendenti e tutta la popolazione ferrarese.

In considerazione della delicatezza delle questioni esposte e degli obblighi informativi vigenti, Azione Carife non commenterà ulteriori notizie di stampa, rimanendo in attesa dei comunicati ufficiali da parte dei soggetti interessati.

   

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